La Forza di Restare nella Scomodità

Scritto da NOELIA BAQUERIZO

Negli ultimi tempi ho notato un messaggio che si ripete nel mondo dello yoga (intendo quello che troviamo sui social): “lo yoga ti insegna a stare nella scomodità”. Un messaggio che mi ha fatto riflettere tanto.

Quando iniziamo a fare yoga sentiamo spesso dire dai nostri insegnanti che

 

"lo yoga è più per la mente che per il corpo", cosa che, con la fatica iniziale nell'eseguire le posture, ci sembra impossibile.

Ma poi, con il passare del tempo e il tempo “investito” nella pratica, iniziamo a capirlo. Per qualcuno, all’inizio, questo può esprimersi nella scelta di non mangiare più carne o magari nel non mettere il proprio lavoro al primo posto tra le priorità della vita.

Nel mio caso, ad esempio, avendo vissuto per tanti anni ossessionata dal mio aspetto fisico e dall’ottenere il corpo “perfetto” – e quindi disposta a fare di tutto per averlo –, il primo grande insegnamento che lo yoga mi ha regalato è l’ascolto vero del mio corpo e la piena consapevolezza del fatto che è proprio il mio corpo che mi permette di fare tutto quello che faccio. Consapevolezze che mi hanno permesso di avere un nuovo atteggiamento verso la mia parte fisica, sicuramente più rispettoso di me stessa, dei miei limiti fisici, e di amore verso il mio corpo.

Tornando allo yoga, per me non c’è postura più scomoda (fino a dove sono arrivata nella mia pratica) di Bhujapidasana, la prima postura che impari dopo Navasana. Non è tanto quanto possa essere stato facile o difficile per me imparare a farla, ma è proprio lo stato della postura, dove si fanno i cinque lunghi respiri, in cui trovo una scomodità veramente indescrivibile. Saranno già circa 3 anni che la faccio, ed è ormai lontana dall’essere l’ultima postura che eseguo, però ogni volta che pratico e arrivo a quei cinque respiri, sembrano dieci.

Verso metà marzo di quest’anno ho vissuto un cambiamento di quelli che hanno l’audacia di trasformare tutta la tua vita: relazioni, lavoro, casa, stabilità emotiva. 

“lo yoga ti insegna a stare nella scomodità”.

Forse non sarei mai arrivata a questo pensiero da sola (togliamo pure il forse), ma quando l’ho visto per la prima volta mi ha fatto fare “click”. Ho pensato subito a tutto quello che ho passato in questi ultimi mesi: dover trovare una casa, avere la mia famiglia dall’altra parte del mondo in un momento di grande fragilità, trovare un modo per avere stabilità e tantissime altre piccole cose che, messe insieme, mi hanno fatto pensare “basta, sono stanca”. 
 
Allo stesso modo in cui faccio nella mia pratica quando arrivo a una scomodità stancante, esco dalla postura e, prima di iniziare con quella dopo, faccio una piccola pausa e un grande respiro, e poi riprendo, anche se sono stanca, anche se vorrei fermarmi e andare via dal tappetino.

Lo yoga mi ha dato una forza, oltre a quella fisica che è evidente a ogni pratica, di cui io non ero cosciente.

Sicuramente la parte di me che ha continuato sempre, anche nei momenti più difficili, lo sapeva. Ma non avrei mai pensato che io stessa mi sarei mossa come ho fatto e, tornando anche al primo insegnamento che lo yoga mi ha dato, non avrei pensato di credere così tanto in me stessa, di essere consapevole della mia forza, di chi sono e del mio valore autentico.
 
Quindi, all’inizio – ma non solo, capita anche ai praticanti più avanzati –, non ci rendiamo conto del lavoro sottile che fa lo yoga, che va a toccare ogni livello di ciò che siamo. Quando sentiamo dire che lo yoga è uno strumento, è proprio questo il senso, ma è un qualcosa che non si può spiegare soltanto a parole. Ce ne rendiamo conto solo quando attraversiamo delle prove della vita che ci fanno vedere quanto siamo trasformati, quanto lo yoga a livello inconscio lavori dentro di noi e ci prepari per le battaglie che prima o poi arrivano.
 
Sicuramente, anche senza yoga si riescono ad attraversare questi momenti, chiamiamoli “non facili”, ma avendo una pratica costante alleniamo una parte di noi che va molto al di là del fisico.
 
Noe